L’8 ottobre il Festival MilanOltre presenta in prima nazionale due nuove creazioni di Fabrizio Favale con la sua compagnia Le Supplici, LuteThe Wilderness

La prima coreografia, Lute rappresenta lo scintillare della brace in un antico dialetto italico. Quell’enigmatico scintillare che tanto ipnotizza in geometrie evanescenti. Come se fosse la pulsazione di un codice tanto alieno quanto universale. Come i linguaggi che non comprendiamo ma che ci catturano come in sogno. È davanti a quelle braci che l’uomo ha iniziato a raccontare storie fantastiche. Quasi che quel luccicare fosse la dimora stessa e l’origine del sogno ad occhi aperti, dell’invenzione.

«Questo lavoro si spinge in una direzione visiva alterata e sognante. Immerse in uno spazio vuoto e reso scintillante da speciali effetti luce/video, due figure appaiono come esseri non ben identicabiliche danzano e costruiscono strani oggetti. L’incertezza permane per tutto il tempo delle loro misteriose azioni. Qualcosa nella loro stessa natura è alterato, come a rivelare mutazioni artificiali: sono interamente umani, ma la loro pelle scintilla come un minerale e trascinano sulle spalle una ora essiccata e misteriosamente colorata da bagni chimici o incroci genetici. La loro perpetua e incessante azione lascia intuire una misteriosa attività da api. Qualcosa di esatto, quasi meccanico, traspare nelle loro azioni nel disegnare traiettorie e geometrie spaziali. Danzano in un linguaggio inventato, che attraversa diversi codici e in definitiva non ne sceglie nessuno. Quasi volesse lanciare nell’etere un messaggio comprensibile a tutti gli animali. O decriptare qualcosa nelle infinite possibilità del dire.

Questo lavoro porta lo spettatore nella meditazione di un luogo che non è né qui né là, che arriva nella modalità spettrale con cui arriva la luce di stelle ormai estinte. Inaugura una strada che mescola materiali organici e inorganici, giocando con la morfologia dei danzatori che rilasciano bagliori e scintille.

Questo forse è solo il disegno di un piccolo e insensato arabesco. Un enigma che vorremmo dedicare alla memoria di Alan Turing». (Fabrizio Favale)

Dopo aver frequentato a lungo paesaggi agricoli, industriali o selvaggi all’aperto con progetti speciali e appositamente dedicati, la compagnia Le Supplici torna con The Wilderness in teatro, inventando e descrivendo un paesaggio inesistente, apparentemente nudo, geometrico, alieno.

<<Lo spettacolo, ponendosi la problematica ottica e percettiva di ciò che vediamo quando guardiamo qualcosa, nel confine sempre incerto fra ciò che è reale e ciò che è sognato, si presenta in rapide e leggere traiettorie danzate, strettamente incrociate come di disegni di volo di rondine, in un instancabile nero ricamo su uno sfondo plumbeo. Qui incontriamo figure enigmatiche in un perpetuo senso del mistero, dell’incertezza. Le danze sono costruite per rendere questo senso del mistero, dove il confine fra ciò che è e ciò che sembra non è esattamente rintracciabile. La tematica è arcaica eppure attualissima: un senso del magico, rispetto alla percezione, ha accompagnato luomo fin dagli inizi, e ancora oggi, a dispetto della nostra tecnica, sogno e realtà si scambiano i propri tasselli in un continuo dialogo.

Una danza ipnotica e vagamente psichedelica agita da sette danzatori, in movimenti che sembrano accennare al ripetersi di cicli naturali. Qui sono intrecciati in un’unica trama danzante aspetti geometri e ripetitivi, sincronie e canoni come in uno sbocciare di frattali in natura e aspetti aspri, selvatici, umorali, emotivi che rimandano a quelle essenze dell’esperienza poco decifrabili eppure dense di vita.

La questione del paesaggio è forse anche la questione dell’incertezza. Il paesaggio, reale o immaginario che sia, implica sempre due questioni: l’una è geometrica, per così dire, dove si ha a che fare con le distanze, le prospettive, ciò che si riesce a percepire o a percorrere. L’altra ha che fare con l’anima, in un dialogo muto fra immagini che si svolge da qualche parte e non sappiamo dove. Per cui non è raro vedere l’Islanda là dove c’è solo un declivio verso il torrente o vedere un estemporaneo raduno di Etruschi là dove dei contadini questionano in lontananza. Eppure mentre cerchiamo di ricucire le incongruenze suggerite da un luogo spettrale, mentre cerchiamo di giustificarne e misurarne le distanze, qualcosa rigoglia e avanza e rinfoltisce e rende impraticabile qualunque luogo che prima aveva una parvenza di familiarità. The wilderness, viene chiamato altrove: terra selvaggia. >> Fabrizio Favale

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